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15 luglio 2008

Capi d'accusa contro al-Beshir



Il Tribunale penale internazionale chiede l'arresto di Omar al-Beshir: ha favorito la pulizia etnica in Darfur

AJA. Il procuratore Luis Moreno Ocampo ha presentato i risultati della sua seconda inchiesta sul conflitto nel Darfur e formulato i capi di accusa: genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella regione occidentale del Sudan. Adesso i tre giudici dell’udienza preliminare del Tribunale decideranno se le prove presentate dal pubblico ministero costituiscono una base ragionevole per passare all’arresto del presidente sudanese.
Omar al-Beshir ascese al potere con il colpo di Stato del 1989, messo a punto insieme con il suo mentore Hassan al Thurabi, l’ideologo islamista che fu maestro anche di Osama bin Laden, quando il capo di al Qaeda si trovava nel Sudan. Beshir è ritenuto responsabile da gran parte della comunità internazionale dei crimini contro l’umanità commessi dal governo sudanese nel Darfur, dove dal 2003 una guerra civile ha fatto oltre 300.000 morti e più di due milioni di rifugiati. Khartum si è distinta per l’appoggio dato ai janjaweed, la milizia araba a cavallo responsabile delle stragi nei villaggi della regione occidentale del Sudan.
La decisione del Tribunale è attesa dalle associazioni dei diritti umani. Il direttore del dipartimento giustizia internazionale dell’organizzazione Human Rights Watch, Richard Dicker, aveva detto che l’ordine d’arresto significherebbe «un passo significativo contro l’impunità nel Darfur e invierebbe il messaggio che nessuno è al di sopra della legge, neanche se si tratta di un presidente».

Nei giorni scorsi l’ambasciatore del Sudan all’Onu, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, aveva messo in guardia dalle «gravi ripercussioni» se Beshir sarà incriminato: «Ocampo sta giocando con il fuoco». Nella capitale sudanese si sono tenute ieri diverse manifestazioni a sostegno del regime, che da parte sua gode dell’appoggio, nella comunità internazionale, di Pechino. la prova dell’indiretto coinvolgimento cinese nella tragedia del Darfur arriverebbe, tra l’altro, da un documentario della BBC: i giornalisti britannici avrebbero individuato autocarri di fabbricazione cinese ’Dong Feng’ armati con mitragliatrici antiaeree, impiegati in almeno un attacco nella località di Sirba nella parte occidentale del Darfur.

Le reazioni

Nei giorni scorsi l’ambasciatore del Sudan all’Onu, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, aveva messo in guardia dalle «gravi ripercussioni» se Beshir sarà incriminato: «Ocampo sta giocando con il fuoco».
Nella capitale sudanese si sono tenute ieri diverse manifestazioni a sostegno del regime, che da parte sua gode dell’appoggio, nella comunità internazionale, di Pechino. La prova dell’indiretto coinvolgimento cinese nella tragedia del Darfur arriverebbe, tra l’altro, da un documentario della BBC: i giornalisti britannici avrebbero individuato autocarri di fabbricazione cinese "Dong Feng" armati con mitragliatrici antiaeree, impiegati in almeno un attacco nella località di Sirba nella parte occidentale del Darfur.
Il Sudan ha respinto le accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità mosse al Presidente Omar al Bashir dal Procuratore generale della Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi) e ha minacciato una «reazione» se la questione sarà portata davanti alle Nazioni Unite. «Ribadiamo la nostra opposizione alla Cpi e respingiamo ogni sua decisione - ha detto alla France presse il portavoce del governo, Kamal Obeid - se la Cpi trasmetterà la vicenda all’Onu, allora ci sarà una nostra nuova reazione». Il portavoce non ha fornito maggiori precisazioni a riguardo. (fonte: la Stampa)

 


Nasce ufficialmente l'Unione per il Mediterraneo.

PARIGI - Passi avanti sulla strada della pace in Medio Oriente e nascita ufficiale dell'Unione per il Mediterraneo. Nicolas Sarkozy è riuscito nella doppia impresa e, al termine del vertice di 43 stati che ha visto l'incontro (decisamente positivo) tra Olmert e Abu Mazen, il presidente francese ha annunciato il varo del nuovo organismo internazionale. La sigla sarà Upm: "Abbiamo sognato tanto e ora il sogno diventa realtà - ha detto Sarkozy - E' stato un grande onore avere tutti i Paesi delle due sponde, uno straordinario consesso, gli arabi erano seduti assieme a Israele ed è stato un grande momento", ha spiegato il presidente francese.

Sarkozy ha poi precisato che "il summit si terrà ogni due anni, mentre i ministri degli esteri si riuniranno ogni anno". In realtà, il presidente francese aveva cercato di costruire un organismo più ristretto limitato ai Paesi che si affacciano sulle rive del mare. Ma l'Europa del Nord, Germania in testa, si è opposta portando a un allargamento che, inevitabilmente, renderà tutto meno specifico e, probabilmente, meno efficace.

I principali punti dell'intesa sull'Upm sottoscritta a Parigi:

Strategia: i 43 firmatari (i 27 dell'Ue, più Algeria, Egitto, Israle Giordania, Libano, Marocco, Mauritania, Siria, Tunisia, Turchia, Autorità palestinese, Albania, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Monaco) sono "uniti" in una comune ambizione, quella di "costruire insieme un futuro di pace, democrazia, prosperità, comprensione umana, sociale e culturale".

Sei progetti regionali. L'Upm vuole "tradurre" i suoi obiettivi in "progetti regionali concreti" e i firmatari dell'accordo hanno convenuto oggi a Parigi di dare la priorità a sei di queste "iniziative chiave", che sono state enumerate dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, nella conferenza stampa finale.
Si tratta del disinquinamento del Mediterraneo, la costruzione di autostrade marittime e terrestri per migliorare le fluidità del commercio fra le due sponde del Mediterraneo, il rafforzamento della protezione civile visto anche l'aumento dei rischi regionali legati al riscaldamento dell'ambiente, la creazione di un piano solare mediterraneo, lo sviluppo di un'università euromediterranea, già inaugurata a Portoroz, in Slovenia, e un'iniziativa di sostegno alle piccole e medie imprese.

Organizzazione. I partecipanti hanno convenuto di organizzare un vertice ogni due anni, alternativamente nell'Unione europea e in uno dei Paesi partner. L'Ump avrà una co-presidenza, che sarà garantita al Sud per due anni non rinnovabili da un Paese scelto da quelli del sud. Per il Nord, le regole dovranno rispettare i trattati europei, ma i particolari organizzativi sono stati rinviati a novembre, così come la scelta della sede. Egitto e Francia saranno i primi due co-presidenti. Un segretariato generale sarà incaricato di gestire i fondi e controllare i progetti. Le strutture del nuovo organismo dovranno essere operative "prima della fine dell'anno". L'Upm potrà finanziare i suoi progetti attraverso diverse fonti, dalla partecipazione del settore privato al prelievo dal budget europeo, dal contributo dei partner o di paesi terzi o dalla Banca europea di investimento. (fonte: la Repubblica)

 

 


Il Parlamento Europeo boccia le misure sui nomadi.
Il Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo, ha approvato la risoluzione presentata dai gruppi del centro sinistra e liberaldemocratici che boccia le misure di emergenza nei campi nomadi italiani, con 336 voti a favore, 220 contrari e 77 astenuti.

Il testo chiede alle autorità italiane «di astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori e dall'utilizzare le impronte digitali già raccolte». La discriminazione fondata sulla razza, spiega infatti la risoluzione, è vietata dall'articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo:

"Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l'origine nazionale o sociale, l'appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione".

Il miglior modo per proteggere i diritti dei bambini rom, sostiene la mozione approvata dal Parlamento europeo, è «garantire loro parità di accesso a un'istruzione, ad alloggi e a un'assistenza sanitaria di qualità, nel quadro di politiche di inclusione e di integrazione per proteggerli dallo sfruttamento».

Gli eurodeputati hanno giudicato «inammissibile» che con l'obiettivo di proteggere i bambini proprio questi «vedano i propri diritti fondamentali violati e siano criminalizzati». Un fatto pericoloso soprattutto quando, come in questo momento, l'etnia Rom, «è uno dei bersagli principali del razzismo e della discriminazione», come dimostrato «dai recenti casi di attacchi e aggressioni ai danni di rom in Italia e in Ungheria».

(fonte: Liberazione)


G8: vertice deludente

Tutti d'accordo: quella del riscaldamento del pianeta è una emergenza da affrontare. Servono "profondi tagli" delle emissioni al più presto. Questo è il senso politico dell'accordo raggiunto ad Hokkaido (Giappone) tra gli Otto Grandi e le otto potenze emergenti invitate all'ultima giornata dei lavori del G8.


Ma si tratta di un accordo minimo, che non prevede né cifre né scadenze e che rimanda tutto al negoziato sul clima in sede Onu e alla prossima Conferenza di Copenhagen del novembre 2009 che dovrà disegnare gli scenari post-Kyoto per la lotta al Co2. In sostanza, nonostante gli sforzi della presidenza giapponese del G8, Cina ed India si sono tirate fuori dalla gabbia d'impegno rappresentata dal documento G8 di ieri sul clima che prevedeva l'impegni a dimezzare le emissioni per il 2050.


Nel testo diffuso dopo la cosiddetta riunione "Mem", cioé tra gli Otto Grandi e le otto principali economie emergenti (Cina, India, Brasile, Messico, Sud Africa, Indonesia, Corea del sud e Australia), non c'é un solo riferimento temporale al 2050 così come mancano totalmente cifre di riferimento. I Paesi emergenti sottolineano che la possibilità di raggiungere questi obiettivi di lungo termine dipende anche da "tecnologie economiche, nuove, innovative e più avanzate". Quindi, chiedono una forte "cooperazione tecnologica con trasferimento di conoscenze avanzate". Naturalmente nel documento si riconosce che uno sforzo di queste dimensioni per abbattere le emissioni "richiederà una più grande mobilitazione di risorse finanziarie sia nazionali che internazionali". (fonte: ANSA)

Il pianeta non è illimitato e non lo è neanche il capitalismo

I problemi irrisolti dal G8. Nessuna indulgenza per questi "otto grandi" che hanno rimandato di quarantadue anni la crisi ecologica, i problemi del lavoro, delle fonti energetiche e dell'uso distruttivo della natura.

Articolo di: Carla Ravaioli

Nel 2050 il più giovane degli “8 di Toyako”, il russo Medvedev, avrà 85 anni. Sarkozy ne compirà 95. Angela Merkel e il canadese Stephen Joseph Harper saranno sui 96. Bush ne avrà (se li avrà) 103. Per i quasi coetanei Yasuo Fukuda e Berlusconi (di 2 mesi più anziano) l’aritmetica ne prevederebbe 114. Insomma, fissare per il 2050 il taglio dei gas serra responsabili del totale sconquasso del clima, senza in alcun modo definirne mezzi e tecniche, né indicarne termini d’impegno e verifiche intermedi, sembra un bel modo di cavarsela a buon mercato per questi 8 signori. E forse a pensarlo non si fa nemmeno peccato.

A lungo, di fronte alla massiccia disattenzione dei politici per i guai dell’ambiente, ho pensato a greve ignoranza della materia, a totale mancanza di sensibilità per i fenomeni che le appartengono, a così intensa esclusiva concentrazione sulle vicende della politica (o di ciò che i politici ritengono essere la politica) da non consentire alcuna residua disponibilità per altri temi.
In seguito, di fronte al perdurare di questo atteggiamento, nonostante l'aggravarsi e moltiplicarsi dei problemi, il ripetersi di catastrofi sempre più frequenti e più disastrose, e gli allarmi di continuo lanciati dalla scienza di tutto il mondo, ho pensato a una sorta di "rimozione" collettiva di fronte alla tremenda magnitudine della questione: cioè al ricorso da parte dell'intera classe politica (e anche degli economisti che ne sono ascoltatissimi mentori) a quell'inconscio comportamento psicologico di autodifesa, illustrato dalla psicoanalisi, che appunto "rimuove" dalla coscienza il pensiero di fatti talmente angoscianti da riuscire insopportabili. E sarebbe ancora comprensibile, anche se non proprio il massimo auspicabile da parte di chi ha il compito di governare il mondo.
Oggi non più. Nessuna scusa né indulgenza può essere concessa a questi otto signori che rimandano alla loro più tremebonda vecchiaia, e assai oltre, una non precisata soluzione per le questioni più drammatiche dell'umanità. Che, con l'eterno sorriso stampato in faccia, una palettina da giochi infantili in una mano e un gracile arbusto verde nell'altra, dichiarano di essere impegnati nel rimboschimento del pianeta; e (prima di dedicarsi a banchetti di rare e costosissime squisitezze) solo rilancio del nucleare e estrazione intensiva - ancorché sempre più improbabile - di petrolio sanno annunciare: al fine di tenere in vita, anzi accelerare, gli attuali ritmi di produzione e crescita. Tralasciando ogni menzione relativa ai poli in liquefazione e, men che mai, agli incidenti occorsi proprio in coincidenza col G8 a ben tre centrali nucleari, in Usa, Francia e Moldavia. Qualcuno li ha definiti «piccoli esseri, avari e ipocriti». Concordo pienamente.

E d'altronde non serviva un altro G8 per convincersene. A dare un'occhiata tutt'attorno sul nostro globo, e soffermarsi a considerare con qualche attenzione quanto vi accade, l'impressione è quella di clamorose contraddizioni di fatto accettate, dell'assurdo in qualche modo eletto a sistema, di un enorme disordine vissuto come ineluttabile. Tumulti in India, Filippine, Corea, Egitto: tumulti di gente che ha fame, perché la crisi petrolifera e il conseguente boom dei biocarburanti ha causato un rialzo dei prezzi alimentari insostenibile per i più. Ma affamare intere popolazioni per tenere attiva l'industria automobilistica non sembra poi troppo scandaloso, se è normale distruggere deliberatamente il 35 per cento del cibo prodotto in Occidente, per tenere alti i dazi doganali e difendere i propri mercati, o favorire questa e quella categoria di produttori; se è normale, come accade in Usa, considerare malattia sociale l'obesità da iperalimentazione, mentre i sottoalimentati del mondo sono circa ottocento milioni. E se dovunque dagli anni Ottanta i profitti sono aumentati annualmente dal 23,6 al 33 per cento, mentre ogni salario subiva una contrazione calcolabile mediamente in 500 euro all'anno. Se i migranti sono oggi circa 200 milioni, cioè il 3 per cento della popolazione mondiale (ma il calcolo riguarda solo quelli regolarmente censiti, la somma è pertanto da ritenersi in forte difetto): gente che fugge da estreme povertà, da disoccupazione in gran parte causata dall'industrializzazione dell' agricoltura, oppure da alluvioni, cicloni, desertificazioni, perdita di pescosità di laghi e fiumi inquinati, da paesi e vallate sommersi per dar luogo a dighe gigantesche capaci di garantire energia all'esplosione produttiva dei paesi "emergenti". Se la crisi ecologica planetaria (che, come si vede, si può accantonare per un momento, ma fatalmente subito la si ritrova tra i fattori determinanti della condizione umana attuale) ha già causato un milione e mezzo di vittime: cifra da tutti valutata enormemente inferiore alla realtà.
Se la nostra è di fatto una società ricca, che sarebbe pertanto in grado di garantire una vita decente a tutti i suoi membri (lo dice la Fao, che non è proprio un organismo antisistema) ma in realtà le disuguaglianze sociali continuano ad accentuarsi, non solo tra il Nord e il Sud del mondo, ma all'interno stesso dei paesi più affluenti, con un forte impoverimento anche dei ceti medi che avevano raggiunto condizioni di relativa agiatezza. Se è una società scientificamente progredita, capace di far vivere tutti a lungo e in buona salute, nella quale però si muore di aids perché i medicinali hanno costi per molti inaccessibili, e sempre più si muore di tumori causati da vario inquinamento (in Italia, ad esempio, secondo l'Oms il 30 per cento dei decessi è di questa natura). Se è una società tecnologicamente avanzata, che potrebbe soddisfare i propri bisogni con quantità limitate di lavoro, ma al contrario sistematicamente va aumentando gli orari e imponendo sempre più alti straordinari, per produrre quantitativi sempre più massicci di merci sempre più scadenti, per gran parte destinate nel giro di qualche settimana a finire in discarica, aumentando cumuli sempre meno gestibili di rifiuti.

Clamorose contraddizioni, generale disordine, l'assurdo praticato e accettato come normale. Così parrebbe. Ma, a pensarci su un attimo, l'apparente follia risponde a una precisa razionalità: quella dell'economia capitalistica cui la nostra società obbedisce, con la quale anzi si identifica, interamente assumendone la logica e i valori. In effetti il quadro qui rapidamente schizzato dell'umana condizione attuale appare determinato dalle "leggi" del sistema economico capitalistico oggi attivo in tutto il mondo: il quale fonda i suoi meccanismi, la sua prosperità, e la sua stessa esistenza, sull' accumulazione di plusvalore. Ciò che a lungo ne ha consentito la fortuna, e ha prodotto anche un oggettivo miglioramento nelle condizioni dei popoli industrializzati, ma che oggi inesorabilmente si scontra con "i limiti del Pianeta", costretto a confrontarsi con l'insuperabile aporia di una crescita produttiva illimitata e un globo terrestre che illimitato non è. A questo sono riconducibili tutte le apparenti assurdità rapidamente citate sopra, dall'allungamento degli orari di lavoro, alla rincorsa di fonti energetiche anche di sicura pericolosità, all'uso distruttivo della natura che della produzione stessa è base imprescindibile.

Il fatto è che non esiste capitalismo senza accumulazione. E la crisi attuale del capitalismo (che un numero crescente di esperti qualificati ormai ammette senza più mezzi termini) non può non sfociare in una sorta di "accanimento autoterapeutico", nell'inseguimento inesausto della produzione di non importa che cosa né per quale fine o con quali conseguenze, purché il Pil aumenti. Di che altro parlano tutti i potenti del mondo, mentre i poli si sciolgono, le alluvioni da 1500 morti si ripetono, i mercati registrano uno dopo l'altro crolli di colossi bancari, e i meno ricchi diventano poveri? Efficienza, produttività, competitività, crescita, Pil, pervicacemente continua ad essere invocazione comune. Invocazione reiteratamente risuonata anche all'ultimo G8. E non stupisce.
Ciò che davvero invece a me pare incredibile è che lo stesso auspicio di ripresa, di aumento del prodotto, di nuove invenzioni capaci di sostituire i carburanti fossili così da poter mantenere in vita l'economia attuale, con pertinacia e convinzione risuonino anche tra le fila delle sinistre (di quello che ne rimane). Che non ci si avveda che un'ulteriore crescita non sarebbe di alcuna garanzia per il mondo del lavoro, se negli ultimi decenni mentre il Pil poco o tanto continuava ad aumentare, i salari diminuivano, dilagava la precarietà, addirittura tra gli immigrati nascevano nuove forme di schiavismo. Che nulla insomma il lavoro può sperare da una società che solo nel danaro riconosce i suoi valori, e in questa logica promuove e premia l'individualismo più spregiudicato, l'aggressività più esplicita, la violenza di ogni tipo, di fatto dividendo l'umanità in vincenti e perdenti. Una società che, con perfetta coerenza, quando l'economia è in affanno, puntualmente inventa una nuova guerra, capace di rilanciare la produzione di armi e di materiale bellico di ogni sorta, e così far ripartire la crescita, oltre a promettere quella che con sereno cinismo viene definita "la torta del dopoguerra", cioé la ricostruzione di quanto si è distrutto […]

(fonte: Liberazione,15 luglio 2008)