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Giovedì, 11 Settembre, 2008

Napolitano ricorda l'11 settembre


Il presidente chiede di intensificare gli impegni internazionali contro il terrorismo: «L'Italia sta facendo la sua parte in molte zone del mondo»

ROMA. «Occorre moltiplicare gli sforzi per consolidare le basi di una vasta convergenza e cooperazione per la sicurezza collettiva, nel rispetto di principi irrinunciabili e di regole efficaci». È l’esortazione che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lancia dal Quirinale, nel corso della cerimonia di commemorazione del 7° anniversario degli attentati dell’11 settembre a New York e a Washington. Il capo dello Stato guarda in particolare «ai luoghi non ancora resi immuni dall’insidia del fondamentalismo aggressivo; all’Afghanistan divenuto oramai l’epicentro del confronto diretto sul campo con la principale centrale terroristica; al rischio di processi di proliferazione nucleare o di nuove tensioni e crisi in diverse regioni divise e inquiete» e avverte: «dinanzi ad una simile minaccia, che non conosce confini, che colpisce o può colpire dovunque nel mondo, decisivo è l’impegno della comunità internazionale, da costruire ancor meglio e da consolidare sulle basi più larghe». Per quanto riguarda, poi, più in particolare l’impegno del nostro Paese, Napolitano assicura che «l’Italia ha fatto, sta facendo e intende fare la sua parte, anche attraverso una consistente multiforme presenza in missioni internazionali in aree cruciali, a cominciare da quella afghana. È uno sforzo -sottolinea- grazie al quale l’America dopo l’11 settembre ci sente, ne siamo certi, più che mai vicini».

Infatti, «la solidarietà e l’impegno condiviso di lotta di fronte alla sfida del terrorismo hanno ulteriormente unito l’Italia e gli Usa, questi nostri due Paesi già così profondamente legati da tanti vincoli storici, umani e politici». Napolitano esprime questa convinzione, ricordando «una ferita tragica e dolorosa, cui siamo stati e siamo chiamati a dare una risposta davvero solidale: la più larga risposta comune, a garanzia della sicurezza e di un avvenire migliore per tutti i popoli». Il presidente della Repubblica, rievocando l’11 settembre, ricorda che in quel giorno «la comunità internazionale prese drammaticamente coscienza di una minaccia che fino a quel momento non aveva potuto individuare e valutare in tutta la sua sconvolgente portata: la minaccia del terrorismo internazionale. Quel giorno, la campana suonò non solo per l’America e per gli americani: suonò per tutti i Paesi e i popoli che nel corso di una lunga storia avevano conquistato la libertà o anelavano alla libertà, intesa come libertà dalla paura e come condizione essenziale di un autogoverno e di uno sviluppo indipendente». Proprio da lì, osserva il Quirinale, «nacquero una nuova visione del problema della sicurezza mondiale e un impegno comune a fare i conti con il terrorismo inteso come comune nemico, identificandone la fisionomia, colpendone i santuari e tagliandone le radici».

Quanto accadde l’11 settembre di sette anni fa a New York, con il «disvelamento della matrice fondamentalista islamica dell’attacco alle Torri Gemelle» presentò esplicitamente «Al Qaeda come centrale del terrore: risultò chiaro -afferma Napolitano- che si trattava del più insidioso nemico non solo dell’Occidente, dell’America e dell’Europa; ma si trovarono esposte alla minaccia le più diverse realtà statuali, sociali e culturali anche in altri continenti, le realtà più aperte al futuro e gli interessi di fondo dello stesso mondo islamico». Proprio per questa analisi, il presidente della Repubblica sottolinea con forza che «troppo comoda per le centrali organizzatrici e ispiratrici del terrorismo e radicalmente falsa è la rappresentazione di uno scontro tra civiltà e religioni inconciliabili, non già distinte e diverse ma irrimediabilmente contrapposte. In gioco -replica Napolitano- sono invece le ragioni della pace, della vita, dei diritti umani, del progresso civile, contro una feroce logica di violenza e di sopraffazione, una miscela distruttiva di fanatismo, di intransigenza, di regressione».

 


La Stampa.it